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Dina Ramicone: "Mio figlio non si è suicidato, aiutatemi!" | VIDEO

Una mamma di Napoli indaga sulla caduta sospetta del figlio: "Chi sa parli"

Dina Ramicone ha dovuto indossare i panni dell'investigatore e ripercorrere le ultime ore di suo figlio. Perché lei non ha mai creduto all'ipotesi che si fosse suicidato, quella notte del 4 agosto dello scorso anno. Troppe le contraddizioni, a partire dello stato d'animo del figlio.

"Riccardo era felice, avevamo pranzato insieme quel giorno. Una mamma certe cose le sente, e posso garantire che mio figlio stava bene", racconta nella videointervista via Skype che potete vedere qui sopra. Ma per dimostrare quello che lei fortemente sospettava, ha dovuto portare delle prove che smentissero la richiesta di archiviazione dell'indagine per istigazione al suicidio contro ignoti. E così Dina, papà e marito entrambi magistrati, ha messo insieme quello che ha visto fare negli anni, e ha cominciato a cercare.

Innanzitutto ha chiesto alla compagnia telefonica i tabulati, e ha visto che prima della caduta dalla finestra Riccardo aveva fatto una telefonata. E' risalita al numero, che corrispondeva alla ragazza che il figlio stava frequentando. "Mi ha detto che lui era contento, che avevano preso appuntamento per vedersi dopo poco, che si erano visti anche la sera prima e lui era spensierato, tranquillo. E dopo dieci minuti uno si butta?", chiede la mamma.

Ma c'è un'altra domanda che solleva dei dubbi: "Se uno si vuole suicidare si butta dal primo piano?". Già, perché la finestra da cui è caduto Riccardo Bochicchio è quella del pianerottolo del palazzo situato al primo piano. E la traiettoria della caduta è ampia. Quelli del 118, accorsi poco dopo, hanno scritto nel referto che si tratta di "possibile defenestramento". "Io conosco l'italiano, e 'defenestramento' è diverso da 'auto-defenestramento'".

Dina ha dovuto affrontare quello che non si augurerebbe mai a nessuna mamma: guardare il cadavere del figlio. "All'inizio mi sono rifiutata, e anche per questo ho perso tempo prezioso. Poi ho preso coraggio, e ho guardato le foto della polizia scientifica". E ha visto così che sul corpo c'erano dei segni profondi sul ventre, come da incisione, e sulla schiena e sul braccio destro, cioè le parti che non avrebbero toccato il suolo al momento dell'impatto. "Se uno cade sul lato sinistro e di faccia, com'è possibile che ci siano segni come di ferite sulla schiena e sull'altro braccio?", chiede Dina usando il suo corpo per mostrare i segni lasciati su quello del figlio.

La signora Ramicone sospetta che il figlio sia stato vittima di una tentata rapina. Oppure di una delle tante gang che prendono d'assalto le strade di Napoli, come fosse il Far West. Perfino nel quartiere bene di Chiaia, dove viveva anche il figlio Riccardo. "La sera prima della morte di mio figlio, la ragazza che frequentava era stata vittima di un tentato scippo, e proprio sotto casa di Riccardo. Lei era sconvolta, ha detto che si trattava di tre ragazzi sui motorini guidati da dei ragazzini, che hanno provato a strapparle lo zainetto e poi sono scappati. E se mio figlio avesse incrociato il loro sguardo per sbaglio? Qualcuno lo ha visto uscire poco prima della caduta".

Ma perché a distanza di sei mesi ancora tutte queste domande? La notte del 4 agosto il pubblico ministero non era presente, e il cadavere non è stato visitato da un medico legale. "Mi rivolgo alla cittadinanza, ai napoletani", dice Dina. "Se qualcuno ha visto qualcosa, anche solo sentito, parli. Viviamo in una città disastrata, in balia di bande che fanno il bello e il cattivo tempo, io non mi sento più al sicuro. Dopo la morte di mio figlio ben due appartamenti del suo palazzo hanno subito furti con scasso. Ogni piccola testimonianza, ogni elemento in più per me è fondamentale". Dina Ramicone ha insegnato una vita al liceo, ed è ferma in queste sue parole: "Se vogliamo che tutti rispettino la legge, e in questi giorni se ne parla tanto a Napoli, prima di tutto deve funzionare la giustizia". E per farla funzionare serve anche la collaborazione dei cittadini. Chi sa, parli. Per aiutare una mamma a ricostruire la verità sulla tragica fine di suo figlio.

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